Un annuncio, quello arrivato nelle ultime ore dalla Casa Bianca, che ha avuto ripercussioni immediate sui prezzi del petrolio, che sono schizzati al rialzo. E un annuncio che è destinato a cambiare di nuovo la scacchiera geopolitica mondiale, coinvolgendo direttamente l'Italia.

L'amministrazione Trump ha reso noto che tutti i paesi importatori di petrolio - dunque anche quelli che erano stati inizialmente esentati dal divieto - dovranno interrompere gli acquisti dall'Iran entro l'inizio di maggio.

Boom delle quotazioni di petrolio, con il Brent e il WTI volati del 3% circa, rispettivamente a oltre $74 e vicino ai $66, al record in sei mesi.

Gli analisti di OCBC Treasury Research hanno definito la decisione di Donald Trump "scioccante". Il presidente americano ha, di fatto, annunciato che le esenzioni che erano state accordate a favore di otto paesi - all'Italia, per l'appunto, ma anche a Cina, India, Grecia, Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Turchia - non saranno rinnovate.

Di conseguenza, entro l'inizio di maggio, questi paesi dovranno smettere di acquistare petrolio iraniano.

Così ha commentato la novità proveniente dagli Usa Margaret Yang, analista dei mercati presso CMC Markets a Singapore, nella nota "L'estensione delle sanzioni all'Iran spinge il petrolio sui massimi degli ultimi 6 mesi".

"I prezzi del Brent e del WTI sono saliti di oltre il 3% durante la notte, in seguito all'annuncio da parte degli Stati Uniti di non essere disposti ad estendere la deroga alle sanzioni petrolifere iraniane in scadenza agli inizi di maggio. Ciò potrebbe comportare un forte calo dal lato dell'offerta, che potrebbe aumentare il prezzo delle materie prime. La produzione petrolifera iraniana giornaliera ammonta a 1,3 milioni di barili, secondo gli ultimi dati di fine marzo. La sostenibilità del rally del petrolio, tuttavia, dipende dalle azioni dei sauditi e di altri membri dell'OPEC per aumentare la fornitura di petrolio nei mesi a venire. Il presidente Trump ha scritto su Twitter, "l'Arabia Saudita e altri membri dell'OPEC faranno ben più che compensare la differenza di flusso petrolifero per la nostra ormai piena sanzione sul petrolio iraniano".

"Fonti Bloomberg - continua Margaret Yang - affermano che l'OPEC può aumentare la produzione di 1,5 milioni di barili al giorno nel breve periodo. Tecnicamente, il Brent ha rotto al di sopra di una resistenza chiave a 72,5 dollari e sta scambiando in area 74,46 dollari. La tendenza generale nel grafico giornaliero rimane rialzista, poiché la media mobile semplice a 10 periodi e il SuperTrend (10,2) sono entrambi inclinati verso l'alto. Gli indicatori di momentum RSI e DMI, tuttavia, hanno mostrato segni di ipercomprato. Il livello di supporto e resistenza è di 72,5 e 78,0 dollari rispettivamente. I forti prezzi del petrolio sosterranno il settore marino e offshore di Singapore, ovvero azioni come Keppel Corp, Sembcorp Marine, Sembcorp Industrial, ecc".

Diversi gli analisti che si sono espressi sulle possibili conseguenze che la decisione di Trump sulle sanzioni iraniane avrà sui prezzi del petrolio.

La divisione di ricerca di Barclays ha diramato una nota in cui ha scritto che l'annuncio, che ha colto di sorpresa diversi operatori di mercato, si tradurrà in "una riduzione dell'offerta significativa di petrolio".

Gli analisti di Goldman Sachs prevedono a tal proposito un calo delle esportazioni di petrolio dall'Iran pari a 900.000 barili al giorno, rispetto a una capacità del paese immediatamente disponibile e dimostrata di 2 milioni di barili al giorno, destinata tra l'altro a crescere ulteriormente alla fine di quest'anno". Tuttavia, gli esperti di Goldman Sachs non prevedono alcun rally dei prezzi del petrolio. Così la divisione della banca Usa, stando a quanto riportato da Bloomberg: "Sebbene riconosciamo i rischi al rialzo nel breve termine, ribadiamo la nostra view di prezzi del Brent nel range compreso tra $70 e $75 al barile, per il secondo trimestre del 2019".

Gli Stati Uniti avevano concesso a favore degli otto paesi su citati una esenzione al divieto di importare petrolio dall'Iran fino al prossimo 2 maggio. Un commento sul caso è stato rilasciato anche da ING, che ha ricordato come le esportazioni iraniane di petrolio, nel mese di marzo, si siano attestate secondo i dati di Bloomberg a un valore in media di 1,3 milioni di barili al giorno. "Di conseguenza - si legge nella nota - se gli Stati Uniti riusciranno a portare a zero le esportazioni dall'Iran, sui mercati ci sarà una notevole riduzione dell'offerta".

Secondo ING, tuttavia, questo scenario è piuttosto improbabile. Inoltre "il ministro dell'energia dell'Arabia Saudita ha già detto che il Regno, così come altri paesi membri dell'Opec, si assicurerà che il mercato rimanga ben equilibrato a seguito del mancato rinnovo delle esenzioni Usa". E, continua ING, "l'Arabia Saudita ha un grande margine per aumentare l'output e continuare al contempo a ottemperare a quanto deciso (anche con i paesi non Opec) in merito al taglio della produzione di petrolio. In base all'accordo, il Regno si è impegnato infatti a produrre infatti 10,3 milioni di barili al giorno. Negli ultimi due mesi la produzione è stata anche inferiore, attorno ai 9,8 milioni di barili al giorno". Non c'è dunque il rischio che l'Arabia Saudita produca troppo petrolio, in base all'accordo raggiunto con gli altri paesi Opec e i produttori non appartenenti al cartello, come la Russia.

Allo stesso tempo, secondo Warren Patterson, responsabile della divisione di ricerca delle commodities presso ING, "visto che gli Stati Uniti non rinnoveranno le esenzioni, sarà probabilmente sempre più difficile per i paesi Opec e non Opec estendere i tagli all'output alla seconda metà di quest'anno". Paradossalmente, dunque, l'effetto sui prezzi del Brent e del WTI potrebbe essere ribassista, visto che i paesi produttori di petrolio Opec e non Opec potrebbero essere costretti a rinunciare a quell'accordo che, stabilendo limiti all'offerta di petrolio, ha contribuito alla recente spinta rialzista delle quotazioni del crude.



Fonte: Finanza.com

ViadeoViadeoLinkedInLinkedIn