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Riunione Fed di dicembre
Atteso il terzo taglio consecutivo dei tassi
Il mercato guarda con crescente attenzione alla riunione della Federal Reserve di stasera, da cui si attende un nuovo taglio dei tassi di 25 punti base dopo quelli effettuati nei meeting di settembre e ottobre. La probabilità di una nuova riduzione, implicita nelle stime degli operatori del mercato monetario, si attesta al 90 % e riflette una fiducia crescente nel fatto che l’istituto guidato da Powell possa proseguire nel percorso di allentamento monetario.

Allo stesso tempo, il dibattito interno alla Fed resta tutt’altro che chiuso: una parte dei policy‑maker considera ancora prioritario l’obiettivo di riportare l’inflazione in maniera stabile verso il target del 2 %, mentre un’altra componente del FOMC guarda con maggiore preoccupazione al raffreddamento del mercato del lavoro, spingendo per interventi più accomodanti. La pubblicazione del dot‑plot e delle nuove stime macro sarà quindi determinante per comprendere l’orientamento prevalente all’interno del board e valutare se la fase ribassista dei tassi potrà proseguire con continuità anche nel 2026.
Incognita 2026, tra dubbi sui tagli e nuovo equilibrio politico nel board
Guardando oltre il breve termine, il quadro per il 2026 appare meno lineare. Alcuni analisti ipotizzano un rallentamento del ritmo futuro dei tagli, o persino una pausa prolungata se l’inflazione dovesse mostrare un nuovo impulso rialzista. Secondo le probabilità implicite nei futures sui Fed Funds, la banca centrale interverrà due volte, portando il costo del denaro nel range 3,00 %‑3,25 % a fine 2026.

Tuttavia, non è da escludere che la banca centrale opti per una sola riduzione, o per nessuna, qualora i prezzi tornino a salire e la crescita si mantenga solida. C’è poi la variabile istituzionale, tutt’altro che secondaria: il 2026 porterà con sé un cambio di leadership al vertice della Fed e Kevin Hassett, fedelissimo di Trump, viene considerato tra i candidati più probabili. Un suo ingresso potrebbe spingere la banca centrale verso una politica più dovish, ma anche alterare l’equilibrio decisionale tra stabilità dei prezzi e sostegno alla crescita.
La parola all'esperto - Stefano Serafini
“Tendenzialmente i tassi anticipano ciò che potrebbe succedere all’inflazione o alla crescita; pertanto questo può essere un segnale preoccupante.”

Tuttavia, osservando l’andamento dell’asta di Treasury a 10 anni di ieri, affermerei il contrario, dato che è andata molto bene, con un bid‑to‑cover ratio da record. Il messaggio degli operatori è “a questi prezzi i tassi ci interessano”. Non vedo una grande preoccupazione nel mercato del lavoro USA, perché i posti di lavoro sembrano esserci. Sarà interessante sentire come Powell giustificherà questo taglio dei tassi “alla cieca”; gli ultimi dati sull’inflazione sono quelli di settembre e, peraltro, non mostrano una risalita pericolosa.

“La grande questione riguarda poi il 2026: ci saranno altri tagli o no? Rispetto alle altre riunioni vedo molta cautela, non c’è il solito ottimismo. Potremmo assistere a un modello inverso rispetto al solito, quando i mercati salgono di giorno e tendono a vendere di sera, durante la sessione Q&A successiva al meeting della Fed. Stavolta potrebbe succedere il contrario, con il presidente pronto a rassicurare i mercati annunciando nuovi tagli, anche se potrebbero non essere così fattibili nel 2026.
In generale, mi aspetto un Powell molto guardingo; probabilmente dirà “tagliamo perché abbiamo la sensazione che il mercato del lavoro sia in difficoltà, ma procederemo step‑by‑step”. Personalmente, resto più preoccupato per l’inflazione. Da Jackson Hole i trader si stanno coprendo contro questo rischio; di fatto l’economia americana sta crescendo e si sta surriscaldando, e perciò è probabile che le autorità mantengano una politica restrittiva più a lungo.
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